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  Notizia del 20/10/2009


L'emozione più grande: creare il cambiamento


Il Dott. Solomon lavora come oftalmologo per CBM dal 2005 presso il reparto oculistico dell’ospedale di St.Luke di Wolisso, in Etiopia.

Dott. Solomon, il reparto di oculistica del St. Luke è un centro di eccellenza in Etiopia.

Sì. Io stesso, dopo aver lavorato alcuni anni negli Stati Uniti, sono tornato in Etiopia perché qui posso lavorare con strumentazioni adeguate. La qualità del servizio offerto è elevata, e i costi – grazie all’aiuto di CBM Italia – accessibili anche ai più poveri: al St. Luke un’operazione di cataratta costa 400 ETB [22 euro], contro i 2.000 ETB [111 euro] delle cliniche private.

Il reparto è dotato di una moderna sala operatoria, dove lei opera in anestesia locale anche bambini. Come li tranquillizza?

Spiego loro che dopo l’operazione potranno andare a scuola. Oltre all’impossibilità di seguire le lezioni, spesso accade che i bambini affetti da cataratta – un difetto visibile a occhio nudo - vengano scherniti dai loro compagni e in alcuni casi discriminati. Altri bambini si spaventano alla vista degli strumenti, allora spiego loro a cosa servono.

Quanto dura un intervento di cataratta?

15-20 minuti. Il giorno dopo li sbendiamo e li visitiamo. La massima acuità visiva si raggiunge a un mese dall’intervento. Come reagiscono al momento della rimozione della benda? La gente del luogo è molto riservata e non usa esternare le proprie emozioni. Gli adulti inoltre pensano che, se non ci esprimono la propria soddisfazione, noi ci impegneremo ulteriormente per dare loro “ancora più vista”. I bambini invece non hanno filtri; alcuni di quelli che sono ciechi alla nascita e acquistano la vista rimangono di primo acchito impauriti, altri saltano, giocano, gridano di gioia.

C’è la storia di un paziente che le è rimasta particolarmente impressa?

Ricordo due storie in particolare, la prima è quella di un uomo, sui 45-50 anni, affetto da cataratta bilaterale. Viveva da solo in campagna; una suora lo trovò e lo portò qui. L’uomo non si muoveva da così tanto tempo che faticava a stare in piedi, gli tremavano le gambe, tanto che appena lo vidi pensai che avesse dei problemi neurologici. Poi lo visitai e mi resi conto che era cieco. Lo operai al primo occhio. Dopo 2 mesi tornò, da solo, per farsi operare anche al secondo. Ricordo che faticai a riconoscerlo: sembrava essere tornato ragazzo. La vista gli aveva ridato la vita. La seconda è quella di un uomo di mezza età, affetto da cataratta bilaterale. Da solo non riusciva più a fare nulla, era accudito da tutta la sua famiglia. Questa dipendenza gli pesava così tanto che aveva smesso di bere e di mangiare per evitare che i suoi familiari dovessero portarlo in bagno. Quando i suoi figli lo portarono qui era talmente magro che sembrava un malato cronico. E invece aveva una semplice cataratta. Dopo l’intervento vedi le persone ringiovanire, diventare vitali, perché si sentono ancora utili e di supporto alla propria famiglia.

Qual è l’aspetto più difficile del suo lavoro?

La comunicazione con i pazienti. Sono per lo più analfabeti, vengono da zone remote e isolate della campagna, e spesso vogliono essere operati a tutti i costi! Quando la patologia è ad uno stadio troppo avanzato e non c’è speranza di recupero visivo, è difficile far capire loro che la chirurgia è inutile.

E l’aspetto più gratificante?

Creare e assistere ai cambiamenti nella vita delle persone. Alla loro felicità quando tornano a vedere. Molti tornano per ringraziarci, per dirci che hanno trovato un lavoro di cui ci portano i frutti: cesti, oggetti in paglia, verdura coltivata da loro. Fatti con le loro mani. Con i loro occhi.


   
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